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Dog Day History and Spaghetti

da riscaldare prima di servire
Recensione di  |   | bonelli/


Dog Day History and Spaghetti
Cassidy 3


Dog Day History and Spaghetti

Scheda IT-CSSD-3

Lo stile di Ruju

Cassidy si è fatta avanti come una testata particolare nel panorama Bonelli. E non solo per l'inconsueta vocazione delinquenziale del protagonista che un tempo, in casa Bonelli, era prerogativa esclusiva degli avversari dell'eroe immacolato di turno.

In Cassidy si è potuta apprezzare una mescita degli elementi propri dell'hard boiled con suggestioni appartenenti ad altri generi. La contaminazione di una vicenda estremamente cruda con il senso del fantastico e del meraviglioso era sancita dalla presenza incombente del misterioso Bluesman. Ulteriori ingredienti hanno contribuito a formare un alone di mistero e di curiosità attorno al personaggio principale. A fronte di un carattere duro e spietato, ha spiazzato l'intensità dei sentimenti che Cassidy prova nei confronti delle persone che gli stanno a cuore e in particolare, per la figlia, Michelle, la quale, per segreti motivi, non gli è consentito neppure avvicinare.

Il trasferimento di elementi narrativi tradizionali in un contesto, per taluni aspetti, legato alla meraviglia, e, per altri aspetti, collegato a una dolorosa umanità, ha fornito la sensazione di avere di fronte un personaggio qualitativamente strutturato e un'avventura che si sarebbe dispiegata, numero dopo numero, con modalità singolari.

La miscellanea di elementi avventurosi, modulati con il tramite degli strumenti dello straordinario, è una delle caratteristiche più visibili della marca stilistica distintiva di Pasquale Ruju. Uno stile che si nota e permea apprezzabilmente la narrazione, in particolare, nelle serie ideate direttamente dallo sceneggiatore sardo.

Le sensazioni iniziali, dunque sommariamente positive, che si sono avute dalla letture dei primi due Cassidy, non sembrano però trovare conferma in questo terzo numero, il quale pone il suggello conclusivo al burrascoso ritorno di Cassidy nella città di Phoenix.

Hard boiled e spaghetti

"Maschera di sangue" (che prende avvio dal numero precedente) si distingue essenzialmente in due sequenze. Nella prima si svolge la rapina al museo. La seconda sequenza ha l'incipit nel tentativo di Cassidy e dei suoi complici di rivendere il maltolto e si sviluppa secondo le dinamiche scatenate dal triangolo, commisto di amori e di interessi, formato dal potente Thomas Wolf, dal galoppino Darrow e dalla bellissima Gillian Coltraine.

La rapina al museo non desta soverchie emozioni. A dir del vero, lo sceneggiatore ci prova a complicare l'azione dei tre malfattori, ma le trovate che escogita sono talmente di mestiere, da rientrare in una norma cui il lettore odierno rimane insensibile. Quel che avviene successivamente è una compiuta sequenza narrativa che inizia a pag.32 e si conclude con l'albo stesso. Questa seconda parte, che dovrebbe rappresentare il momento trainante dell'albo, assume ritmi effettivamente diversi. Dopo un avvio introduttivo, la narrazione comincia a scorrere veloce, ma la vicenda, per quanto lineare si aggroviglia come un piatto di spaghetti. La sensazione che ha il lettore è che qualcosa non ritorni in tutto quanto, che ci sia qualcosa di macchinato male, di falso.

Eppure, a una rilettura, la storia non rileva errori di sceneggiatura. Ciononostante tutta la vicenda appare artificiale, telecomandata, priva di spontaneità. Sicuramente l'obbligo di concludere la storia entro i limiti delle 98 pagine dell'albo (ma una miniserie non dovrebbe essere più libera da limiti?) ha compresso lo spazio della narrazione, sacrificando l'ambientazione e i dettagli che regalano un surplus di coinvolgimento. Ma lo spazio narrativo predefinito ha sacrificato soprattutto l'approfondimento psicologico dei personaggi. E allora vedi scorrere queste povere figurine che si muoiono veloci come burattini su un palco, con movimenti sincopati, ma non hanno anima, non ti suscitano emozioni, recitano il loro proprio ruolo in fretta, perché sanno anche loro che a pag. 98 bisogna chiudere. I personaggi procedono, in ordinata fila, per seguire un cliché immutabile: la donna fatale davanti a tutti, segue l'omettino facilmente manovrabile, poi il boss malvagio (che però cade nella rete del diabolico femminino) e infine il Cassidy di turno, l'antieroe, deus ex machina, che ordina le fila dell'intera vicenda.

La finzione narrativa emerge, come lo scheletro risalta dalla pelle scarna, e prende il sopravvento sulle azioni e le personalità dei singoli attori che divengono marionette manovrate dal soggettista. Personaggi come burattini, si è detto, da cui fuoriescono, sotto lo sguardo disincantato del lettore, i fili tramite cui sono mossi. Maschere, predefinite da una lunga tradizione letteraria, prendono il sopravvento sulle individualità che dovrebbero pure emergere per risultare accattivanti per il lettore.

Leggere questo Cassidy è un po' come andare al ristorante e scoprire che ti hanno servito gli spaghetti della sera prima. In fondo la cucina non è male, hai fame e li mangi ma ti rimangono sullo stomaco come un piatto indigesto.

Proprio come abbiamo riconosciuto a Ruju uno stile autoriale, dobbiamo evidenziare in "Maschera di sangue" l'assenza di marca stilistica. L'episodio non si stacca minimamente da una norma piatta: poteva essere scritto in qualsiasi momento della storia del fumetto (a iniziare dai tempi di Dick Tracy, datato 4 ottobre 1931!), poteva andare adattato a qualunque personaggio avventuroso.

L'unica marca stilistica a "Maschera di sangue" la fornisce, come vedremo, il lavoro dei due disegnatori.

Profondo pulp
Cassidy, n. 3. p. 63

(c) 2010 Sergio Bonelli Editore

Profondo pulp<br>Cassidy, n. 3. p. 63<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli Editore</i>

Nero più nero

Davide Furnò e Paolo Armitano sono i disegnatori che hanno lavorato assieme per realizzare questo numero. La coppia di disegnatori aveva già lavorato al n. 57 di John Doe, pubblicato nel febbraio del 2008. E' interessante constatare il salto qualitativo che si può apprezzare in questo Cassidy, a confronto con il tratto che compariva nell'albo della Eura Editoriale, risalente a due anni addietro. Il segno è adesso deciso e senza incertezze laddove appariva informe e insicuro. Probabilmente questa superiore impostazione artistica non è attribuibile solo a una evoluzione di stile ma anche alle migliori condizioni di trattamento che la Bonelli adotta nei confronti dei suoi artisti.

Furnò e Armitano caratterizzano la propria opera con una linea piatta e spessa, arricchita con forti zone nere che sottolineano le ombre. I mezzi toni non compaiono quasi mai. Le immagini sono formate da una predominanza di neri che dominano sulle chiarità. Le campiture buie tendono ad invadere gli spazi bianchi delle vignette, offrendo una sensazione tangibile di sporco, in inquieta sintonia con il dispiegarsi dell'avventura. Le retinature che compaiono qua e là restituiscono una datazione figurativa coerente con gli anni in cui la storia si svolge, nello stesso tempo tolgono ancora più spazio alla luce esasperando il risultato claustrofobico delle vignette.

Il risultato, seppure non estremamente gradevole, è perfettamente funzionale al personaggio e alle situazioni e offre informazioni metatestuali che portano emozione e coinvolgimento. Anche se la prova è lusinghiera è da sottolineare come i due artisti abbiano ancora da lavorare nello studio delle anatomie, qui sacrificate da una linea piatta che, seppure efficace in altri contesti, non riesce a rendere naturali o seducenti le elaborazioni dei corpi maschili e femminili.



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