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L'eden di carta

l'esperimento è concluso
Recensione di  |   | bonelli/


L'eden di carta
 


L'eden di carta


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Scheda IT-CRVN-12

Nomen omen

Con il dodicesimo numero, dunque, si è conclusa Caravan, serie bonelliana che ha destato diffuso interesse (seppur non unanimità  di consensi) per l'atipicità  che l'ha contraddistinta. A partire dalla denominazione della testata. La vocazione popolare del fumetto bonelliano aveva determinato, sinora, che un unico protagonista fosse il centro gravitazionale delle serie e quindi offrisse con il proprio nome il marchio distintivo della testata. Qualche sparuta eccezione (si ricordi la Collana Rodeo, Zenith, in cui, nella cinquantaduesima copertina, esploderà  la rossa casacca di Zagor e la Storia del West) trova giustificazione nell'esigenza di essere un contenitore di diversi personaggi, comunque centrali e incontrastati protagonisti seppure nell'ambito di episodi singoli (Collana Rodeo e Zenith), oppure nel fatto di essere espressione di un'epopea collettiva come nella Storia del West. Saga sicuramente innovativa per i tempi che però trova una modulazione narrativa vincolata al fumetto classico, anche nella misura in cui la continuità  diacronica è assicurata dalla personalità  unificatrice delle figure maschili della famiglia dei MacDonald.
Caravan pareva avesse le carte in regola per proporsi come un'innovazione nella serialità  bonelliana, addirittura un ponte fra fumetto d'autore e fumetto seriale. In sostituzione della visione eroica di un unico protagonista, Caravan proponeva l'allestimento del mosaico di una collettività  scaraventata in una dimensione fuori dal mondo, ove ciascuna tessera pareva assumere una dimensione accurata e baluginante sullo sfondo di uno scenario narrativo reso inquietante dai rimandi ad una allucinata quotidianità.

Il numero dodici

Occorre precisare che questo è il pezzo critico di un unico numero, il dodicesimo di Caravan, e non la recensione dell'intera serie. Così come risulta evidente che un'intera serie non può essere valutata esclusivamente in base all'episodio che ne sancisce la conclusione. Però, dal momento che questo numero 12 ci offre, in maniera palese, numerose chiavi che danno la possibilità  di comprendere lo spirito con cui sono stati costruiti gli episodi sin qui pubblicati, non possiamo esimerci dal gettare uno sguardo critico sull'intera serie.
Occorre dire che l'affresco collettivo, di cui si diceva prima, si dissolve proprio in quest'ultimo numero che suggerisce un senso narrativo focalizzandosi sull'evoluzione di un unico protagonista, il giovane Davide Donati. Il finale ci pone di fronte alla tipologia del classico romanzo di formazione, ove il protagonista, attraverso un viaggio o dure esperienze esistenziali, giunge alla maturazione. Basterebbe questo per buttare Caravan giù dallo scanno dell'assoluta originalità  che pareva essersi conquistato nei precedenti numeri. Il romanzo di formazione o Bildungsroman è un genere che, seppure codificato solo nell'Ottocento, appartiene alla tradizione narrativa dei primordi.
Caravan, in questo ultimo numero, attinge a piene mani dai canoni della struttura narrativa tradizionale
D'altronde Caravan proprio in questo ultimo numero, nonostante lo sfrontato sforzo dell'autore di spiazzare il lettore, attinge a piene mani dai canoni della struttura narrativa tradizionale quali: 1) attenzione incentrata su un unico protagonista; 2) proiezione finalistica delle azioni del protagonista (Davide che punta alla fuga e alla libertà); 3) rapporto sentimentale del protagonista; 4) lieto fine.
Ma, se tali elementi emergono adesso in maniera così evidente in una serie che si prospettava come innovativa e originale, dipende dal fatto che l'autore, Medda, non ha inteso attribuire alcun significato, né strategico, né innovativo, né peculiare alla narrazione dipanatasi in dodici episodi.
Nessun disegno complessivo, nessun manifesto artistico, nessun proponimento creativo, solo il piacere di narrare, il gusto di trasferire sulla carta la propria immaginazione e la propria interiorità , ma non a vantaggio del lettore, anzi nonostante il lettore, sperimentando sulla pelle di questi una libertà  narrativa senza schemi e senza limiti. Un esperimento su come un racconto possa poggiarsi sul nulla, una dimostrazione di come un abile sceneggiatore possa suscitare emozioni senza avvalersi del supporto di un coerente schema narrativo. Un esperimento, appunto.
E' bene dissolvere le illusioni di molti: Caravan non significherà una svolta o un'evoluzione nella strategia bonelliana. D'ora in poi non vedremo in edicola serie targate Bonelli più versate sul fronte del fumetto d'autore o che si faranno portatrici di innovative soluzioni narrative. Nulla di ciò. Caravan stesso, d'altra parte, muore con un finale aperto e nello stesso tempo serrato e blindato che impedisce di riaprire la narrazione con "speciali" o prosecuzioni di simile genere. Con il numero 12 si estingue definitivamente ciò che di buono e di cattivo la serie ha prodotto.

Uno spudorato esperimento

Dunque cosa può rappresentare Caravan che pure ha offerto, nell'ambito del fumetto bonelliano e del fumetto popolare "da edicola" in genere, delle significative dissonanze?
E' l'autore stesso a rendere manifesta, con parecchia sfrontatezza, l'assenza di finalità di alcun tipo, offrendoci in questo ultimo numero la più inconcludente delle conclusioni. Caravan non è stato altro che un esperimento, nulla di più di uno spudorato esperimento narrativo entro il quale l'autore ha inserito la propria vocazione di aedo senza miti da cantare. Il lettore smaliziato intravede, quindi, riflesso nell'esperimento organizzato dai poteri occulti nei confronti dell'intera popolazione di Nest Point, quello ordito, questa volta, a sue spese. Finale senz'altro coerente con la vocazione neobarocca (o postmoderna che dir si voglia) dell'arte nel tempo della crisi, ove l'artista induce lo spettatore a scrutare e riflettersi nel prodotto artistico piuttosto che lasciare che l'oggetto esprima da sé il proprio significato.
E a dire che in questo numero Medda ha appassionato il lettore con soluzioni assolutamente legati alla tradizione, avventura veloce e incalzante, carattere causale degli eventi, stile in giallo poliziesco, molto azzeccato, misteri che sembrano avviarsi verso la risoluzione rappresentata da un ulteriore colpo di scena finale. E il lettore, appagato e accattivato da quel bel po' po' di sceneggiatura calzante, si sarebbe accontentato di qualunque spiegazione, purché ce ne fosse stata una.
Invece l'autore ti escogita proprio la più insipiente delle conclusioni: "non c'è nessuna spiegazione".

Scusate abbiamo scherzato...
Caravan 12, p. 95

(c) 2010 Sergio Bonelli Editore

Scusate abbiamo scherzato...<br>Caravan 12, p. 95<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli Editore</i>
Cioè quella soluzione che maggiormente irretisce il lettore perché presuppone se non una totale inebetitudine da parte dell'autore, almeno una inettitudine nel far muovere le rotelline della creatività .
Ma Medda avrebbe potuto, senza fatica, trovare almeno una decina di soluzioni più soddisfacenti. Ha optato scientemente per quella più inconcludente e fastidiosa al fine di dimostrare la superfluità  della struttura nella narrazione, struttura di cui - a parere dell'autore - l'artista geniale può fare a meno.
Una logica senz'altro coerente con la struttura narrativa dell'intera serie: una sequela di episodi spesso slegati da nessi, all'interno di una cornice narrativa assolutamente (e volutamente) gracile.
L'ultimo numero della serie persegue, sino alle pagine conclusive, una logica che non intende appagare il lettore. L'auto, con a bordo Davide Donati e i vari comprimari, squarcia il cielo dipinto e i protagonisti terminano solitari in uno scenario di cartapesta in cui sono state dissolte tutte le relazioni di credibilità  e verosimiglianza. E' un banale colpo ad effetto, una plateale chiusura del sipario sul naso dello spettatore perplesso: "signori l'esperimento è finito, checché ne pensiate e vogliate, e vi lascio a rimirare i personaggi principali. Applausi prego!".


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