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Nove per un fumetto evoluto

Medda accelera
Recensione di  |   | bonelli/


Nove per un fumetto evoluto
Caravan 9


Nove per un fumetto evoluto

Scheda IT-CRVN-9

Articolo

Dietro la maschera

Il fumetto è una forma espressiva che si serve generosamente della ritualità degli eventi e della caratterizzazione spinta dei personaggi. Non è comunque corretto affermare che tali modalità siano esclusive del fumetto e neppure degli strumenti di comunicazione più popolari, dal momento che appartengono in misura più o meno frequente e diffusa a tutte le espressioni artistiche con finalità narrative.

La metafora della vita, un cammino perenne alla ricerca di un luogo dove quietarsi, di una luce che possa dare senso al buio dell’esistenza, ma dove la definitiva spiegazione al tutto è che ti aspetta, ultimo bivacco, la morte.

Tutti i mezzi di comunicazione narrativa (letteratura, teatro, cinema, fumetto) si avvalgono di moduli, strumenti, fenomeni, utili a semplificare la percezione del racconto. Il teatro della Grecia classica, ad esempio, prevedeva una serie di maschere che in qualche modo, fissando le caratteristiche del personaggio, permettevano allo spettatore una più veloce e immediata fruizione dell’opera. L’utilizzo di modalità comunicative diverse da quella consuete, ad esempio i noti flussi di coscienza di Joyce, possono comportare straniamento da parte del lettore e sono quindi poco adatti per un genere popolare.

Nel fumetto, genere popolare per eccellenza, l’uso di maschere, più o meno metaforiche, è stato utilizzato in maniera diffusa ed efficace. Nei primi comics, i personaggi erano estremamente caratterizzati e indossavano delle vere e proprie maschere, sulle quali i diversi stati d’animo venivano espressi con pochi tocchi di variante della maschera base. Con l’evolversi del genere le caratteristiche macchiettistiche si sono andate perdendo, in particolare nel genere avventuroso, ma le maschere dei protagonisti sono rimaste più metaforiche che sostanziali, a rassicurare il lettore che lo svolgimento dell’azione sarebbe rientrato entro consueti equilibri narrativi.

Immaginate invece un’opera in cui le maschere scivolino giù e oltre compare il piglio dell’umanità, quello che si mostra giorno dopo giorno, attraverso miserie e nobiltà, meschinità, non importa quanto grandi o piccole siano, ma autenticamente vere. Rappresentatevi un fumetto in cui viene dissolto il confine che separa la finzione rassicurante dalla realtà quotidiana, che sia espressione di quella esistenza che viviamo ogni giorno, noi persone ordinarie. Immaginate, nello stesso tempo, che il dipanarsi delle sequenze narrative sia nello stesso tempo talmente veristico e coinvolgente da farvi perdere completamente il senso di distacco che avvertireste comunemente di fronte alla rappresentazione di una finzione. Immaginate che ci sia un autore che abbia una bravura tale da coinvolgervi al punto da farvi credere che quelle vicende, quella storia, non possano non essere realmente accadute, per la plausibilità della narrazione, per il verismo dei personaggi.

Il verismo e Medda

L’autore che riuscisse in una tale operazione aprirebbe un nuovo genere. Non parlerei più neanche di realismo, bensì di verismo. E con questo termine penso, piuttosto che alla corrente letteraria di Verga e Capuana, al verismo delle sculture della Roma classica, in cui i busti affiorano dal marmo senza pietosi abbellimenti. Volti rappresentati nella loro banale verità che non fa rifuggire lo scalpello dell’artista dallo scolpire verruche oscene, nasi adunchi, rughe senili, vene sporgenti.

L’autore che, da un po’ di tempo, riesce, con cesello più che con scalpello, a rappresentare abissi, grandezze e mediocrità della realtà quotidiana e soprattutto riesce a ricavarne avventure si chiama Medda e raggiunge sublime precisione artistica nel nono albo del suo Caravan: Nove per un dio perduto. Qui lo sceneggiatore sardo riesce a dare spessore e realismo ai personaggi come, mi pare, sia successo raramente nella letteratura, per immagini o parole che sia.

Una macchia volante è fatale presagio
Caravan, n. 9, p. 5

(c) 2010 Sergio Bonelli Editore

Una macchia volante è fatale presagio<br>Caravan, n. 9, p. 5<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli Editore</i>
Nove per un dio perduto ha il grande merito di staccare dalla persona una etichetta, quella di disabile, attualmente connotata da significati doverosamente positivi e di restituire all’individuo la sua più piena umanità, anche quando è permeata di piccolezze e di meschinità, di cattiverie e di ricatti.

La meraviglia della storia non sta in accadimenti fenomenali e straordinari, bensì nella concreta verosimiglianza dell’essere e delle azioni. È bandita ogni concessione a vezzi enfatici a vantaggio di una drammatizzazione che si basa su di un concreto verismo. Nel dispiego dello svisceramento di una esistenza normale, Medda riesce a mantenere sempre il ritmo serrato della narrazione, proponendo un episodio che non annoia mai, bensì lascia il lettore con il fiato sospeso fino all'ultima pagina (e anche oltre). Personaggi tutti veri, autentici, profili a tondo, privi di quei tratti netti e definitivi, ma spesso incompiuti propri della fiction. Nel lettore sgorga la pietà compassionevole per quelle anime perse, così piene di tortuosità, contraddizioni e, non ultime, delle follie che l’animo umano deposita nel suo abisso, profonde. Figure guidate da altre figure, sullo sfondo di paesaggi estranei, eppure consueti, cercano un luogo di sosta, una città in cui fermarsi, finalmente, e che possa dare significato al viaggio incessante. La metafora della vita, un cammino perenne alla ricerca di un luogo dove quietarsi, di una luce che possa dare senso al buio dell’esistenza, ma dove la definitiva spiegazione al tutto è che ti aspetta, ultimo bivacco, la morte. Il lettore meno superficiale mescola il proprio percorso esistenziale con le vite dei viaggiatori e non può trattenere un brivido nello scorgere nell’inane tragitto dei protagonisti una metafora universale dell’esistenza umana. Metafora segnata, nelle ultime pagine della storia, da una vita che sbocca improvvisa, da un morte che subentra imprevista.

Il tragitto di Caravan

La serie, di cui più volte è stata sottolineata la profonda specificità e l’assoluta singolarità, in particolare nel contesto bonelliano, non sempre è riuscita nel tentativo di comunicare al lettore spontaneità e naturalezza. La nitidezza della sceneggiatura è venuta a mancare, spesso confusa, sporcata dall’affabulazione eccessiva e dispersa in tortuosi percorsi narrativi.

L’autore si è servito con troppa frequenza di disorientanti balzi narrativi nel tempo. Voci narrative che rimandano ad altre narrazioni hanno creato spiacevoli labirinti narrativi i quali hanno penalizzato la facilità di lettura. Dall’esigenza di rappresentare numerosi mosaici spezzettati in diverse fasi temporali, in una serie dal percorso molto succinto, è derivato un frazionamento nella narrazione a volte particolarmente infelice. In maniera troppo evidente è emersa l’esigenza dell’autore di parlare di se stesso, di riportare la propria memoria, senza che riuscisse a stemperarla attraverso il distacco, necessario per restituire al lettore la verosimiglianza della narrazione.

Sono queste colpe che il lettore più motivato giudicherà veniali ma che sono da evitare in un genere e in un contesto che rimane popolare, il quale risulta massimamente felice nel momento in cui riesce a coniugare l’intensità dei contenuti con la perspicuità nella lettura.

Eppure in questo numero, la struttura narrativa spezzata, che è oramai divenuta una consueta caratteristica, riesce a unire il racconto in un unicum narrativo imprescindibile per i significati e i messaggi che intende offrire.

Il significato principale di questo numero è il rapporto problematico che sorge tra assistito e assistente, tra forte e debole. È una metafora del rapporto tra vittima e carnefice, ma assolutamente triste e crudo, nudo di eventuali ramificazioni psicoanalitiche, bensì visitato nella realtà quotidiana della pura sofferenza. Il racconto non si muove per avventurose vicende ma, duramente convincente, nelle tensioni che si creano nei rapporti familiari quando, ai sentimenti di affetto, di amore si sostituisce, unico, l’insostenibile imperativo dell’obbligo e del senso del dovere.

Chi è il forte e chi il debole in questi casi? Dove sta la presunzione stessa del concetto di forza e di debolezza? È una domanda la cui risposta Medda la rimanda al lettore, non senza avergli prima fornito tutti gli elementi utili per la riflessione.

Figli di un dio minore

Il titolo Nove per un dio perduto non è solo un verso delle canzoni di Jimmy ma richiama alla memoria anche Figli di un dio minore (Children of a Lesser God, USA, 1986), il film di Randa Haines basato sulla omonima commedia di Mark Medoff e Hesper Anderson che per la prima volta portò alla conoscenza del grande pubblico il mondo dei sordi (in particolare) e quello della disabilità (in generale) in maniera realistica e senza falsi pietismi. Questo numero di Caravan rappresenta, nel suo piccolo, un grande passo in avanti per una rappresentazione del disagio scevra da falsi pietismi e ipocrisie. Nove per un dio perduto ha il grande merito di staccare dalla persona una etichetta, quella di disabile, attualmente connotata da significati doverosamente positivi e di restituire all’individuo la sua più piena umanità, anche quando è permeata di piccolezze e di meschinità, di cattiverie e di ricatti.

I disegni di Michele Benevento

In Caravan i disegni hanno sempre rappresentato il lato debole della serie. In questo numero possiamo registrare con piacere una certa inversione di tendenza.

I disegni di Michele Benevento non rappresentano il massimo dell’eleganza stilistica, eppure sono estremamente efficaci per la materia della narrazione. Il tratto è dotato di una forza nervosa in grado di garantire una buona rappresentazione del movimento e delle figure, in misura contestuale alla narrazione. I ritratti emergono incisivi attraverso adeguate tecniche espressive.

Un incubo dimenticato riappare per distruggere
Caravan, n. 9, p. 83

(c) 2010 Sergio Bonelli Editore

Un incubo dimenticato riappare per distruggere<br>Caravan, n. 9, p. 83<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli Editore</i>
Il disegnatore tende a trasformare i chiaroscuri in negativi, ma utilizza questa tecnica in maniera appropriata e non disturbante, enfatizzandola solo nei momenti topici, ovvero per accrescere il pathos narrativo nelle sequenze clou.

In sintesi

Un piccolo gioiello narrativo che rappresenta anche una splendida accelerazione della serie con eventi inaspettati (ma assolutamente plausibili) che non mancheranno di ripercussioni narrative nei prossimi numeri, anche dal punto di vista della movimentazione della vicenda.

Il Caravan accelera avvertendo vicina la meta e le azioni riprendono, con soddisfazione anche del lettore che aveva temuto che la serie si fosse impaludata nella ripetizione esasperante di piccoli episodi esistenziali, privi di uno sbocco narrativo unitario.

Caravan 9, "Nove per un Dio perduto", di Michele Medda e Michele Benevento, 100 pg. b/n, Sergio Bonelli Editore, febbraio 2010, euro 2,70

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