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"Terra perduta"


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In un "mondo regredito all'epoca del far west", un solitario avventuriero percorre un lungo e infido cammino, con la sola compagnia della sua moto e della sua pistola morb. Colt, cavallo e spazi aperti non bastano però per includere il cavaliere Brad Barron tra i "degni eredi" di Shane. Proveremo a spiegare il perché.

Il pallido cavaliere
recensione di Michela Feltrin



TESTI
Sog. e Sce. Tito Faraci    

Un grande vecchio del fumetto italiano, che di western si intendeva parecchio, disse una volta che "quel che conta è il carattere del personaggio, non l'ambiente". Egli aveva portato il suo personaggio nel Nord, l'aveva fatto andare in Oceania, l'aveva fatto partecipare a una regata su di un veliero, assemblando, accogliendo e rielaborando scenari estranei al Western, ma molto noti all'avventura classica. In questo modo il suo fumetto si configurava come un fumetto d'avventura, pur restando quella western la matrice fondamentale e di partenza. In tale mondo, privo di limiti e confini, nello spazio come nel tempo, il suo eroe si ergeva sopra tutti, al centro di ogni rapporto e di ogni storia, umano e invincibile.

Certo, il Tex di GianLuigi Bonelli è un modello esagerato per il nostro Brad, ma non lo è invece quel medesimo immaginario, la fonte a cui Tito Faraci, a pag. 4 dell'albo di esordio, ha affermato di avere attinto. Sin dall'inizio, la miniserie è stata presentata come una saga fantascientifica, ma non solo, nella quale l'invasione aliena avrebbe rappresentato (solo?) lo spunto dal quale partire per mettere in atto la contaminazione tra i grandi generi popolari giunti a definizione negli anni Cinquanta.

Conveniamo con G. Loi che, sin dalla recensione del 1° albo, ha provato la sensazione che "Brad Barron" fosse "un fumetto più "western" di quanto non apparisse a prima vista", una sorta di "Sentieri selvaggi" a puntate, dove un lontano epigono di Ethan Edwars/John Wayne compie un lungo itinerario alla ricerca di moglie e figlia, itinerario che è insieme fuga, ricerca, caccia e forse anche vendetta.

La fantascienza, a questo punto, conta poco, e questo albo sta lì a dimostrarlo, con gli alieni che fanno capolino per poche pagine, più come cow-boys intenti a impedire la fuga della mandria, che come crudeli creature portatrici di morte e distruzione, superiori agli umani perlomeno dal punto di vista tecnologico.

"Ciò che critichiamo non è tanto la povertà dell'affresco sociale, quanto la pochezza della rielaborazione dei materiali e dei generi presi a prestito da quello stesso immaginario e da altri narratori"
   
Se dunque questa saga vuole essere una sorta di gioco nel quale l'autore si misura con i generi dell'immaginario collettivo della sua (e nostra) giovinezza, ciò che critichiamo non è tanto la povertà dell'affresco sociale, quanto la pochezza della rielaborazione dei materiali e dei generi presi a prestito da quello stesso immaginario e da altri narratori. In questa storia, troviamo frammenti di scenari, di personaggi e di situazioni che non si fondono, lasciando un forte senso di incompiuto.

Non solo. Se il "modo nuovo" con cui vengono raccontate le "storie di allora" si riferisce in particolare allo spostamento del punto di vista, ci pare che tale novità nuoccia non poco alla narrazione e alla leggibilità della storia, soprattutto nella fattispecie. Le didascalie in presa diretta rallentano la narrazione e le continue riflessioni del protagonista spezzano il ritmo e bloccano l'azione, elementi basilari di una storia western.

Brad-pensiero
Il Brad-pensiero
di Giancarlo Caracuzzo (c) 2005 SBE

Tuttavia Brad non è Tex, non è Ethan Edwars, e non è nemmeno il romantico Shane, protagonista del film western che questa storia vuole rievocare. Intendiamoci: come "ultimo uomo in piedi" non ci aspettiamo certo che Brad sia "infallibile e invincibile", ma come eroe anni Cinquanta, hard-boiled o western, preferiremmo che pensasse (e parlasse) meno e agisse di più, celando dentro di sé i propri dubbi e le proprie sofferenze, come ogni "eroe duro e puro".



DISEGNI
Giancarlo Caracuzzo    

Sufficiente la prova di Giancarlo Caracuzzo, anche se riteniamo che il suo tratto veloce e stilizzato, poco attento ai particolari, mal si adatti a questa storia. Una certa mancanza di cura si nota nella realizzazione delle armi e delle creature aliene, come pure nelle espressioni e nelle movenze dei personaggi, spesso statici, quasi "in posa".

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The Morbs Ranch
di Giancarlo Caracuzzo
(c) 2005 Sergio Bonelli Editore

Inoltre, in un fumetto dichiaratamente "classico nei contenuti, ma non nella forma", ci saremmo aspettati che si proseguisse sulla via della sperimentazione, andando oltre la classica "gabbia" bonelliana, così come tentato da Bruno Brindisi nel n. 1.

In quanto a Brad, la caratterizzazione proposta da Caracuzzo, che a tratti ricorda il Sylvester Stallone di "Cobra", non aiuta certo a far emergere la sotterranea vena ironica del nostro eroe-biologo. Il modello ispiratore di George Clooney è già un lontano ricordo.



GLOBALE
 

In conclusione, non si può dire che la storia non si faccia leggere, anche se lo spoiler di pag. 4 non lascia poi molto all'immaginazione, eccezion fatta per il rapimento della donna, che dà al figlio l'occasione di diventare uomo molto in fretta.

A dire il vero, però, ci sono due scene della parte finale che ci hanno particolarmente sorpreso, e non certo in senso positivo: quella di pag. 72-73, in cui Brad e il giovane Tommy si fermano a discutere mentre la donna è nelle mani dei rapitori, e quella di pag. 89-90, dove Brad viene salvato dal ragazzino. Questi episodi ci hanno fatto rivivere scene simili proposte (purtroppo) a intervalli regolari nella più gloriosa testata della Sergio Bonelli Editore.

Ci auguriamo che Tito Faraci, che tra non molto vedremo alla prova proprio su Tex, non dimentichi, così come altri hanno fatto, quali sono le qualità che hanno reso Tex un personaggio memorabile.
 

 


 
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