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Vi ricordate Mel Brooks che nel 1976 diresse un film muto? Faraci l'ha quasi eguagliato, riportando l'orologio dell'avventura indietro di cinquant'anni con una bella vicenda di invasioni da lontane galassie, alieni verdi, dischi volanti e armi che fanno FZZZAAAP!, e con un eroe duro-e-puro, fuori moda come non mai. Dobbiamo riconoscerlo: per essere capaci di tanto bisogna essere o matti o molto coraggiosi. Forse entrambe le cose.
Troppi alieni per un uomo solo
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Ci era stata promessa un'invasione aliena, e invasione è stata. Faraci non cerca di stupire con effetti speciali o trovate sconvolgenti ma imbastisce, con indubbio mestiere, una trama abbastanza prevedibile, incardinata sugli stilemi classici del genere e del periodo cui fa riferimento. C'è l'eroe bello, buono e coraggioso; c'è la famigliola felice che gli viene crudelmente strappata; ci sono gli invasori cattivi e schifosi; dulcis in fundo, c'è la ribellione dell'eroe, unico -per ora- baluardo di coraggio e dignità che si erge fra i rettiloni e un'umanità soggiogata. Soggiogata un po' troppo facilmente, a dirla tutta. Tutto qui, per questo primo numero. Manca qualsiasi riferimento storico-politico. Nel 1956 era presidente Eisenhower e l'Unione Sovietica di Kruschev aveva invaso l'Ungheria, ma la guerra fredda è assente, come del resto lo sono l'URSS e il resto del mondo. Certo, gli Stati Uniti qui descritti sono alternativi e ci può anche stare che sappiano di posticcio, ma è un peccato che l'autore abbia rinunciato a una potenzialmente interessante commistione di realtà e fantasia come nella tradizione dei what if...?.
La sceneggiatura, quindi, va oltre l'atmosfera retrò del soggetto e conferisce una leggibilità più adatta ai canoni odierni. Lo stile di narrazione, così come alcune soluzioni grafiche adottate, non rivela niente che non si sia già visto ma è indubitabilmente moderno. Anche in questo caso è stato dato né più né meno di quanto annunciato, ossia un fumetto classico rivisitato secondo la sensibilità attuale; nessuno aveva mai parlato di soluzioni inedite o rivoluzionarie. I dialoghi sono curati ed efficaci, incredibili e retorici quanto basta per adattarsi alla perfezione a questa miniserie dichiaratamente anacronistica. Il ritmo è complessivamente vivace, ma risente un po' della frammentazione cronologica del racconto, che spezza il fluire degli eventi rallentando l'azione. D'altronde la scelta di ricorrere al flash-back, oltre che per esigenze di "modernità", consente al lettore di immedesimarsi gradualmente nello stato d'animo del protagonista e condividerne sia la rabbia sia il forte anelito di libertà. Nessuna riflessione profonda, nessun approfondimento socio o psicologico. Non è richiesto e non ci pare che serva. Il protagonista è un uomo disperato che lotta per sopravvivere e non può fermarsi a disquisire sulla fratellanza fra le razze o sui mali del mondo. Gli alieni sono i nemici e vanno combattuti. Punto e basta. Il fatto che la moglie possa essere ancora viva ci spingerebbe a escludere anche eventuali future scappatelle con la bellona di turno; in questo caso nessuna concessione sarebbe fatta agli odierni canoni dell'eroe umano e problematico. Possiamo invece criticare il fatto che, almeno in questo primo numero, Brad si presenti un po' freddo e stereotipato. Manca, in altre parole, quel pizzico d'ironia necessario a rendere digeribile un personaggio troppo perfetto perché il lettore vi si possa agevolmente identificare.
Sempre bravo Bruno Brindisi. Il suo tratto chiaro e pulito, di grande leggibilità, si adatta in modo convincente alla storia. Oggetti e ambientazioni sono precisi e ben realizzati, che si tratti della New York del 1956 o delle tecnologie aliene. Queste ultime sono rese in modo essenziale, senza fronzoli, cercando in certa misura di rispettare l'immaginario fantastico del periodo (le astronavi sono disconi volanti, le pistole a raggi sono rivettate, ecc.). Nell'uso di luci e ombre, di bianchi e neri, Brindisi resta all'altezza della sua fama, così come nella scelta delle inquadrature. Da notare che la stragrande maggioranza delle vignette è resa con inquadrature tradizionali, inserite nell'altrettanto tradizionale "gabbia" bonelliana. Sicuramente si tratta di una scelta stilistica ben precisa, che fa risaltare le poche rotture operate in questo primo albo (pagg.25-50-63); rotture non soltanto della gabbia ma, in senso lato, anche dell'obiettivo della telecamera che in rari casi (come alle pagg. 34 e 68) monta un grandangolare dalla focale cortissima e ci offre spettacolari inquadrature dal basso.
Ci siamo chiesti se abbia senso proporre un'invasione aliena a 16 anni dalla caduta del muro di Berlino, in un contesto geopolitico totalmente cambiato rispetto alla metà degli anni cinquanta e, quindi, con una percezione altrettanto mutata di quel genere di tematiche. Ci siamo anche chiesti come mai la trama non sia stata arricchita con qualche elemento di interesse in più (per esempio l'interazione con i personaggi storici dell'epoca) o con qualche trovata che la rendesse meno prevedibile. Tito Faraci ha dimenticato come si scrive una storia? O ci sta sfuggendo qualcosa? La risposta sta forse nelle dichiarazioni dello stesso autore a pag.4 dell'albo. La nostra sensazione è che Brad Barron sia un fumetto più "western" di quanto non appaia a prima vista, laddove il West ha rappresentato per molti decenni un luogo immaginario, una frontiera della fantasia che si adattava perfettamente a ospitare avventure di qualsiasi genere. Nei prossimi 17 albi Faraci intende far muovere Brad in una moltitudine di ambientazioni, mescolando diversi generi narrativi. Non potendo (o volendo) puntare sul vecchio west per questa operazione, si è fatta una scelta diversa. Se questa interpretazione è giusta, la fantascienza costituirebbe poco più di un pretesto, un fondale, un palcoscenico liberamente plasmabile per mettere in opera quella commistione di generi tanto cara all'autore, con gli alieni al posto degli indiani e le macerie di New York al posto delle ghost town. Stanti così le cose, un impianto iniziale troppo articolato avrebbe corso il rischio di rivelarsi più vincolante che portante. Porre nel primo numero una serie di premesse interessanti e poi lasciarle cadere perché nei successivi diciassette bisogna sviluppare le varie commistioni con western, giallo, horror, guerra e via dicendo sarebbe stato forse più furbo, al fine di catturare l'interesse dei lettori, ma scorretto. Se Brad Barron sarà questo, non dubitiamo che la prima miniserie mensile della Sergio Bonelli Editore sarà ricordata come un esperimento riuscito. Se invece nei prossimi diciassette mesi assisteremo solo a una gran sequela di BZZAAAPP!, frasi retoriche e niente più, allora lamenteremo l'ennesima occasione sprecata. Un'ultima cosa. Rimane aperta la faccenda di questo eroe un po' algido, privo d'anima e d'ironia. Vero. Come è vero che questo primo albo, tutto ambientato in un carcere-laboratorio, tende ai toni angoscianti e lascia poco spazio al sorriso. Ma c'è quel "Ci si vede più tardi, allora" che fa ben sperare. ;-)
Vedere anche la scheda della storia.
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